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INTERVISTA A SR. EMMANUELLE

11 maggio 2007

 

 

La ribellione a parole è facile, ma l’azione è difficile, soprattutto quando cerca di essere efficace. Chi di noi non è insorto almeno una volta contro le ingiustizie o la povertà? Ma come abbiamo messo attivamente in pratica questa spinta nella nostra vita?

Spesso le buone intenzioni si arrestano davanti all’applicazione di un’azione concreta. Individuare il metodo giusto si rivela spesso molto complesso.

Fallimenti e successi mi hanno portato ad individuare alcune piste per tentare di arrivare a delle risposte.

La relazione con l’altro, in primo luogo, con le qualità di rispetto e di amore che essa esige, deve essere l’asse fondamentale da cui deriva ogni cosa.

Qualsiasi impegno per gli altri ed in collaborazione con gli altri non si accontenta di buone intenzioni ma richiede un adattamento ai bisogni delle persone e alle situazioni.

Una buona azione sociale deve essere ideata sulle esigenze dei beneficiari seguendo logiche che utilizzino al massimo mezzi e strutture reperibili in loco e nel rispetto e nella preservazione della cultura di chi riceve l’intervento. Il pericolo di introdurre principi non condivisi dai soggetti beneficiari rappresenta un rischio da evitare per non modificare gli equilibri sociali e le dinamiche presenti.

In terzo luogo la preoccupazione per il bene comune deve guardare lontano e superare la troppo ristretta etica individuale.

Qualunque sia il continente, il contesto o la situazione, il desiderio piu’ imperioso di un povero, il suo bisogno essenziale è quello di essere rispettato. Per essere autentico questo rispetto esige che si prenda in considerazione il pensiero dell’interlocutore. In nessun caso bisogna imporgli il nostro. Questo esige il principio fondamentale della conoscenza e del dialogo.

Ogni essere umano ha i suoi valori e la sua cultura che non possono essere messi da parte o prevaricati. In ogni caso la persona ha il diritto di essere trattata con attenzione e riguardo. Ha anche il diritto di rifiutare ciò che a noi sembra il suo bene. Occorre fare attenzione a non fare pressione su di lui. Insistendo si rischia di spezzare l’ultimo filo che lo mantiene in vita, la sua libertà di scelta. Fare affidamento sulla libertà significa fornire i mezzi per migliorare la sua situazione, affinché possa avanzare da solo.

Ma non basta amare, l’intelligenza deve unirsi al cuore per plasmare una relazione adeguata alla persona, al contesto, al paese. Lo studio razionale del problema deve considerare il tipo di difficoltà, il genere di aspirazioni, la natura dei mezzi materiali e spirituali. Solo questo tipo di approccio fa si che le soluzioni non siano ideate a partire da noi stessi ma nascano dalla visione dell'altro.

Amare e rispettare l’uomo non significa farne un assistito ma un essere libero che realizza le sue aspirazioni e che guarda negli occhi il proprio futuro conquistandolo con il suo impegno.

Nell’azione umanitaria superato il problema dell’indifferenza è tanto piu’ grande il rischio di soddisfare una propria istintiva volontà di potenza. Per agire al fine di creare una relazione costruttiva con l’altro è indispensabile perdere ogni parvenza di superiorità, livellare il terreno su cui avviene l’incontro, mettersi al servizio della causa e ragionare per obiettivi, puntando alla semplicità del rapporto e alla valorizzazione delle potenzialità degli individui che si stanno aiutando.

Un uomo libero è già un uomo ricco.

Grazie a Sr. Emmanuelle e a tutte le persone che animano ogni giorno i programmi del Semi 

 

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