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L'INDIA CHE RIPARTE DAL BASSO

4 NOVEMBRE 2009

 

 

Pensando all’India la mente si sofferma di solito sul fascino e l’antichità delle sue tradizioni, sulla sua seducente spiritualità o sui macroscopici contrasti tra l’opulenza e la miseria che identificano questo paese nel nostro immaginario collettivo. Ma in pochi forse sanno che il paese dei guru e delle megalopoli sovraffollate è oggi anche il più grande esperimento di democrazia che sia mai stato realizzato.

Oltre un miliardo e 200 milioni di indiani su un territorio grande dieci volte quello dell’Italia condividono oggi un cammino che nonostante le sue paradossali antinomie si configura come un interessante caso di convivenza di enormi diversità nell’ambito di una società complessivamente tollerante.

Chi è stato in India avrà certamente sperimentato la serenità e la distensione dei suoi abitanti e l’armonioso disordine che regola la società e scandisce i ritmi della vita ma non avrà potuto non domandarsi come faccia questo paese a non esplodere da un momento all’altro.

Quattro nella lista dei venti uomini più ricchi del mondo sono indiani sebbene il paese abbia il più alto numero di poveri ed analfabeti di qualsiasi altra nazione del mondo. Le popolazioni più settentrionali del paese vivono ai piedi delle cime più alte del pianeta mentre quelle più a sud sono disperse in fitte foreste tropicali a ridosso dell’equatore. Tutto questo passando per centri da decine di milioni di abitanti, migliaia di etnie e di tribù a volte di poche decine di individui insediate in territori che spaziano dalle paludi ai deserti sconfinati. Oltre 1600 lingue madri, una decina di religioni e ben sei gruppi etnici.

Fino al 1947 il paese è stato sotto la morsa del colonialismo britannico e fu l’azione non-violenta del Mahatma Gandhi e dei suoi compagni a rimandare a casa gli inglesi e rendere l’India indipendente gettando le basi per creare la più grande democrazia del mondo.

La grande visione di Gandhi permise la realizzazione di quello che per alcuni aspetti si potrebbe paragonare ad un miracolo. Riprendersi la propria nazione da una superpotenza come l’Inghilterra senza la prepotenza delle armi ma con la moderazione e la coesione. In un paese grande e complesso come l’India solo un uomo illuminato come Gandhi avrebbe potuto realizzare un prodigio di questo tipo. Sebbene oggi alcuni critici stiano cercando di dimostrare che egli non riuscì a realizzare i suoi intenti e che sia la causa di molti mali dell’India moderna, ritengo che la sua carismatica figura sia un meraviglioso esempio di lungimiranza, intelligenza politica e dedizione da continuare a studiare ed a tramandare come modello alle generazioni future.

I valori per cui Gandhi si spese furono da sempre ben chiari nella sua testa; voleva un’India nuova, non solo libera ma soprattutto una società in cui ci fosse uguaglianza economica, sociale e politica; una società senza sfruttamento, in cui tutte le persone potessero gestire liberamente le proprie attività; una società in cui la gente fosse diffusamente in grado di badare a se stessa. Sarebbe stata una società auto-regolata. Questi erano gli obiettivi della politica della ‘‘Sarvodaya’’ che il Mahatma portò all’assemblea costituente di Calcutta del 1947 e che stanno ancora oggi alla base del sistema indiano. Ogni cittadino indiano  fu chiamato ad essere autore del cambiamento e il lavoro costruttivo avrebbe preparato la rivoluzione sociale non-violenta per il rinnovamento del paese; il lavoro organizzato era strumento dedicato a fini sociali, come disciplina per una azione di massa non-violenta. Gandhi parlò e scrisse molto sull’importanza delle organizzazioni di cittadini, spinte da principi sociali e morali; egli stesso contribuì a creare numerose associazioni territoriali e di categoria come la ‘‘All India Village Industries Organization’’. I suoi principi si basavano su un approccio all’azione secondo criteri sociali di riorganizzazione dal basso. Gandhi le chiamava ‘‘organizzazioni di lavoro costruttivo’’, formate da persone motivate da uno spirito di servizio, idealismo ed amore per l’umanità.

I problemi che l’India si doveva preparare ad affrontare all’indomani della nascita della giovane nazione erano molto profondi: latifondismo e feudalesimo che causavano lo sfruttamento dei braccianti, analfabetismo diffuso, povertà e ingiustizia sociale, malattie e qualità della vita deplorevole in gran parte dello stato, gestione delle minoranze in un territorio enorme, fortemente eterogeneo e con scarse infrastrutture ed organizzazione decentrata. Sebbene le radici fossero molto solide e profonde e gli ideali molto forti le problematiche da affrontare apparivano di dimensioni ingestibili.

I programmi governativi e la stessa costituzione si presero carico di affrontare queste tematiche in maniera seria e strutturata molto spesso rifacendosi agli stessi principi di Gandhi e non dimenticando la basi sulle quali l’indipendenza era nata.

Il padre della nazione aveva davvero capito quale era la grande dote della sua gente, la forza della accettazione. Nessun popolo al mondo ha la capacità innata di accogliere di adeguarsi come il popolo indiano. Purtroppo questa attitudine che ha radici profondamente culturali, rappresenta tuttavia anche la grande debolezza dell’India. Fu quella che permise agli inglesi di sfruttarla per decenni e la stessa che favorisce ancora oggi lo sviluppo di un sistema fortemente iniquo, basato sulla prevaricazione dei prepotenti sui deboli, dei ricchi sui poveri e delle caste nobili su quelle emarginate.

Gli indiani asseriscono tutti gli eventi della vita a decisioni delle divinità e le accettano passivamente in segno di sottomissione alla volontà soprannaturale secondo il principio del Kharma, quello che noi chiameremmo il destino. Accettare una malattia, il dolore, le privazioni o i soprusi senza ribellarsi da la possibilità di reincarnarsi in una forma di vita o casta superiore e di risalire la gerarchia delle rinascite fino al mokhsa, la liberazione finale, l’unione con il divino. Andare contro questo principio significa disobbedire e quindi scendere nel ciclo delle rinascite e attirare su di se ulteriori sofferenze nella vita successiva.

E’ un sistema che a noi può risultare difficile da assimilare ma che rappresenta sicuramente una tra le principali cause della grande miseria in India. La rivoluzione dal basso che Gandhi aveva teorizzato e per cui si era battuto non poteva compiersi soltanto a partire dalle masse. Soltanto con il supporto di una grande leadership il suo progetto si poteva realizzare. Oggi la maggior parte degli indicatori della povertà evidenziano che a 60 anni dalla nascita dell’India moderna il paese è ancora più povero di quando è stato liberato dagli inglesi.

Ma allora Gandhi ha davvero fallito?

In questi decenni i governi nazionali hanno affrontato i problemi della povertà lavorando sulla strutturazione delle autonomie regionali e sulla redistribuzione delle terre, sulla riorganizzazione dei poteri e delle risorse locali e su programmi di sviluppo rurale integrati con grandi opere statali e infrastrutturali.

L’India è una repubblica federale e riconosce forte autonomia regionale, per rendere più concreto ed efficace il sistema alla fine degli anni ’80 l’allora primo ministro Rajiv Gandhi volle  introdurre in tutta la nazione la figura del Panchajat Raj, un rappresentante dei piccoli villaggi eletto direttamente dalla popolazione e delegato a rappresentarla nei comitati regionali. In un paese con oltre un miliardo di abitanti che venivano rappresentati in parlamento da poco più di 5500 delegati, questa intuizione fu lo strumento che permise di riavvicinare la politica ai problemi di centinaia di milioni di persone, in particolar modo quelle più decentrate che abitavano nei piccolissimi centri o villaggi rurali. La riforma epocale gettò le basi per creare centinaia di migliaia di rappresentanti locali eletti dal popolo con il sistema dei capi villaggio tradizionali e con quote riservate alle caste più deboli, alle tribù proporzionalmente alla loro presenza e alle donne (30%). Questo permise di ridurre drasticamente la distanza tra gli abitanti delle periferie e delle campagne ed i loro rappresentanti e di gettare le basi per un sistema di governo decentralizzato a cui tutti potevano avere accesso e sottoporre i propri problemi. In un paese come l’India dove le minoranze rappresentano la maggioranza della popolazione, un sistema decentrato è fondamentale per un processo di sviluppo sostenibile ed equo.

Rajiv Gandhi diceva: ’’non siamo secondi a nessuno nel difendere la nostra unità all’interno delle diversità e nel riconoscere ed affermare che la sola unità possibile è quella di un diffusa e sentita accettazione delle diversità’’.

Negli anni ‘50 vi furono la nascita del Bhoodan Moovement e la grande riforma agraria avviata da Vinoba discepolo del Mahatma, venne presa in carico anche dal Governo indiano e allargata a tutta la nazione. Milioni di ettari di terra vennero ceduti in piccoli appezzamenti ai capi delle famiglie indigenti per poter essere coltivati e poter migliorare le condizioni vita delle poverissime comunità rurali del grande paese.

Indira Gandhi poi promosse importanti rinnovamenti per per incentivare ed ammodernare l’agricoltura con la cosiddetta Rivoluzione Verde degli anni ’60; fu artefice di programmi di gestione dei prezzi dei beni di consumo primario, di controllo delle nascite, di rilancio delle popolazioni rurali e del ruolo della donna nell società.

Rajiv Gandhi fu poi grande propulsore della modernizzazione del paese, spinse la ricerca e lo sviluppo tecnologico e sostenne fortemente l’alfabetizzazione ed i porgrammi educativi in tutto il paese.

L’OMS, la Banca Mondiale, la chiesa, i missionari e molte organizzazioni nazionali ed internazionali governative e non governative hanno lavorato per decenni e duramente alla lotta alla fame, alla difesa dei più deboli e degli emarginati, allo strazio della lebbra, con programmi capillari ed enormi risorse, hanno convogliato incalcolabili fondi  per combattere i problemi che affliggono la grande Madre, elaborato innumerevoli programmi per dare dignità a questa nazione. Non si contano i programmi che si sono fatti carico del dramma del popolo indiano.

Ma quali sono stati i risultati.?

Il tasso di crescita dell’economia dell’India oggi e’ tra i piu’ alti del mondo, secondo soltanto a quello della Cina, il paese e’ considerato la nuova frontiera per quanto riguarda gli investimenti e le opportunita’ di sviluppo. Per contro il reddito medio pro-capite e’ estremamente basso ed il potere di acquisto della maggioranza degli indiani e’ insufficiente alla loro sopravvivenza. Nonostante la robusta crescita registrata a livello nazionale, il paese rimane afflitto da una poverta’ predominante e diffusa che ancora oggi colpisce oltre 800 milioni di indiani. Oltre l’70% della sua popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, più del doppio del tasso registrato in Cina.

Il Governo indiano ha dichiarato qualche anno fa di non considerarsi più un paese in via di sviluppo e che non desidera ricevere aiuti da altre nazioni in quanto in grado di gestire da solo le sue problematiche interne. In India per centinaia di milioni di persone cibarsi tutti i giorni non è una cosa scontata e potersi curare è praticamente impossibile. Non si muore più per la lebbra ma ancora più di 50 anni fa si muore a causa della tubercolosi che è molto più contagiosa e mortale. L’istruzione è la grande forza dell’India, grazie alle scuole cristiane potere accedere all’istruzione è oggi alla portata di tantissimi ed il paese sta emergendo sul mercato del lavoro internazionale anche se i posti di lavoro spesso sono ottenuti specialmente da chi dispone di risorse maggiori per garantirsi l’istruzione superiore e le scuole più prestigiose.

La burocrazia in India è tra le peggiori al mondo, i tempi della macchina statale sono circa tre volte superiori alla media mondiale e la corruzione cronica impedisce ai programmi ed ai fondi governativi di essere ridistribuiti ai destinatari dei programmi statali per la popolazione più povera.

I grandi latifondisti sono ancora coloro che gestiscono la vita dei loro mezzadri e che prestano loro il denaro per affrontare le spese principali a tassi da usura. I piccoli contadini che sono stati beneficiati dei fazzoletti di terra donatigli dalla riforma agraria non sono in grado di ricavarne reddito sufficiente per mantenersi e spesso sono costretti a suicidarsi dopo essersi indebitati per anni con i landlords ed esserne diventati gli schiavi.

La rivoluzione che immaginava Gandhi non solo non c’è stata ma oggi sembra del tutto dimenticata ed addirittura ridicolizzata da un modello di crescita che sta creando grandi ricchezze concentrate nelle mani di pochissimi. E’ questo un fenomeno che si presenta in quasi tutti i paesi emergenti del resto del mondo ma che in India assume le proporzioni del paradosso.

I programmi governativi si sono dimostrati in definitiva inadeguati a causa di un sistema troppo complesso e mastodontico. Le campagne di riscatto del paese hanno costruito la nuova India ma hanno lasciato indietro due terzi della sua popolazione che vive ancora come nel medioevo. Molto è stato fatto dalla chiesa in India e dalle organizzazioni di cooperazione allo sviluppo ma i problemi sono talmente radicati ed estesi che i risultati si perdono nella valutazione complessiva e nell’osservazione sul campo.

Qualcuno ha definito l’India come un grande elefante con una grossa pietra legata al collo; un sistema gigantesco che lentamente si muove ostacolato dal suo fardello culturale e dalla soma dei suoi milioni di poveri.

Le grandi lotte avviate da Gandhi hanno coinvolto il sistema dall’alto e dal basso ed hanno finora ottenuto risultati insufficienti e contradditori. Dopo di lui il paese si è diviso e le energie si sono disperse, gli interessi di parte hanno predominato sull’interesse nazionale. Ma solo quando la rappresentatività si combina con la responsabilizzazione allora la guida di un grande processo può diventare davvero efficace.

La prossima grande sfida sarà rappresentata pertanto dal ruolo che assumerà la classe media in India, quella nuova categoria di persone che grazie al rapido sviluppo del paese sta entrando ora nel processo di cambiamento della nazione, che ne diventa il motore e che ne darà l’aspetto futuro. Dove la politica ha fallito e le spinte popolari non sono riuscite a controllare il sistema, potranno inserirsi i nuovi leaders e le nuove leve di operatori che potranno rappresentare la vera spinta riformista del grande paese e che avranno la possibilità di risollevare quella parte della nazione che ancora oggi non è stata nemmeno lambita dalla crescita. Ma la responsabilità sarà di tutti ad ogni livello; ogni uomo ha un ruolo nella società ed il suo agire da forma alla società stessa in cui vive.

Non sarà probabilmente una rivoluzione a cambiare l’India ma la responsabilità e la coscienza di tutti gli indiani potrà giocare un ruolo fondamentale nell’importante processo di globalizzazione che il paese si trova ad affrontare e che tutto il mondo sta osservando con attenzione.

I grandi valori dell’oriente sono messi in gioco ed i pronipoti di Gandhi sono chiamati a dimostrare che la loro grande e millenaria cultura saprà portare la coscienza dell’India ad un livello superiore, un’elevazione di tutto il suo popolo questa volta, senza tralasciare nessuno, soprattuto i più bisognosi, proprio come il sacro principio del karma indiano e dell’amore cristiano insegnano.

 

 

Luca Streri

(dalla rivista QDF)

 

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